2 aprile 2020 VECCHIO PESCATORE (A Karol Wojtyla) (P. Stipo)

Sono passati 15 anni dalla morte di Karol Wojtyla, come ricordato da Papa Francesco all’udienza generale di ieri mercoledì 1 aprile. Indimenticabili i giorni che segnarono il passaggio alla Casa del Padre di San Giovanni Paolo II, dopo una lunga malattia vissuta con una testimonianza cristiana che attrasse non solo i credenti ma anche persone lontane dalla Chiesa. Proprio sull’insegnamento che il Papa polacco può darci oggi, in un momento di grande sofferenza globale a causa della pandemia, dobbiamo invocare la Misericordia dell’Altissimo.

VECCHIO PESCATORE
(A Karol Wojtyla)
(P. Stipo)

Pensoso e vecchio
il solitario pescatore
al sole inebria il cuore
con la brezza del mare.

Poiché solcavi le onde impassibile,
ti sentivi non più guidato dalle stelle:
gabbiani urlanti ti prendevano per bersaglio
e inchiodato nudo a cieli variopinti.

Eri indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di inebriante odore di salsedine.
Quando con le tue reti filavi il mare,
le onde ti portavano dove volevi.

Nei furiosi sciabordii delle maree
l’altro inverno, più sordo d’un cervello di fanciullo,
hai corso! E le penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.

La tempesta ha benedetto i tuoi marittimi risvegli.
Più leggero di un sughero hai danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per tante notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l’acqua verde penetrò il tuo scafo d’abete
e dalle macchie di monti azzurrastri protetto,
recuperavi ancora e timone.

E da allora ti sei immerso nel Poema
del Mare, infuso d’astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapita, un vecchio battello talvolta discende.

Dove, tingendo di colpo l’azzurrità, delirii
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dei monti, più vasti dei nostri lidi,
fermentano gli amari rossori dell’amore!

Conosci i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosci la sera
e l’alba esaltata come uno stormo di gabbiani,
e talvolta hai visto ciò che l’uomo crede di vedere!

Hai visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza!

Hai sognato le buie notti dalla luna abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi del mare,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e blu dei fosfori candori!

Hai inseguito, per anni interi, come mandrie
isteriche, i marosi all’assalto degli scogli,
senza immaginare che i lucenti piedi delle Marie
potessero forzare i musi dei possenti Oceani!

Hai toccato, incredibili rive
mescolati ai fiori occhi di delfini dalla pelle
d’uomini! Arcobaleni tesi come redini
sotto l’orizzonte dei mari, verso glauche greggi!

Hai visto fermentare forti bonacce, reti
dove marcisce tra i flutti la Posidonia!
Crolli d’acque in mezzo alle onde
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Spiagge, sole di ghiaia, flutti di madreperle, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove s’affacciano alberi tortuosi,
avvolti di soavi profumi.

Avresti voluto mostrare ai fanciulli questi pesci
nell’onda blu, quei pesci d’oro, quei pesci che cantavano.
Schiume di fiori han cullato i tuoi voli
e ineffabili venti per un attimo ti han messo le ali.

Talora, martire affaticato dai poli e dalle zone,
il mare i cui singhiozzi rendevan dolce il tuo peregrinare
innalzava a te i suoi fiori d’ombra dalle gialle corone
e tu restavi, come orante in ginocchio….

Libero, felice, cinto di brume violette,
tu che foravi il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i raggi del sole e i moccoli d’azzurro.

Tu che navigavi, macchiato da lunule elettriche,
col legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate
i cieli oltremarini dai vortici infuocati.

Tu che tramavi udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei venti e delle dense onde,
filando eterno tra le blu immobilità,
tu rimpiangi i paesi dai balconi antichi!

Hai veduto siderali arcipelaghi! Ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
è in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esili,
milioni d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Desidero un’acqua del mio mare, e la riva
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nella scia portatrice di dolore,
né di fendere l’orgoglio di acque e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi di affanni.

L’aria pura del mattino dissolve i crucci del tempo.
Dondola una vecchia barchetta vuota e triste
accanto alla riva: e dei ricordi lontani
del vecchio pescatore.

Solitaria, dondola sospirando le passate gioie
del mare, con la vela di sposa.
Mormorando il silenzio,
chiude gli occhi rossi il vecchio lupo di mare.

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