Caterina Caselli: la fede, la musica, la gioia di stupirsi. Intervista in attesa del Riconoscimento

 

La regina della Musica italiana, cantante, presentatrice, produttrice e scopritrice di numerosi artisti, si racconta alla vigilia del VI Riconoscimento, che la vedrà protagonista il 13 maggio a Bisceglie

Icona della musica italiana, manager discografica e scopritrice di talenti: come Le piacerebbe definire questo percorso che la vede protagonista nel rendere grande la musica italiana nel mondo?

Ho cominciato a sedici anni a cantare e suonare nelle balere di quella zona che sta “fra la via Emilia e il west” come ha scritto Francesco Guccini, in particolare quelle fra Modena e Reggio. A vent’anni dopo il successo di Sanremo nessuno mi poteva più giudicare, ma a venticinque sono diventata mamma e ho salutato il palcoscenico senza rimpianti. Infatti nonostante io abbia avuto la fortuna di lasciare un segno la mia carriera di cantante è stata breve, non più di una decina d’anni (con una breve ripresa venticinque anni dopo). Quando ho scelto di sposarmi e di avere un figlio pensavo che sarei tornata a cantare. Invece quel periodo di pausa molto stimolante sul piano umano e della mia formazione personale, mi ha fatto perdere la voglia di esibirmi e quando ho ricominciato a pensare “musica” ho preferito aiutare altri talenti a esprimersi e a trovare la loro strada mettendo a disposizione la mia esperienza. Così è stato naturale creare quella che allora si chiamava un’“etichetta”, cioè una microscopica casa di produzione focalizzata sulla ricerca di nuovi talenti dentro la più grande casa discografica italiana del tempo fondata da un geniale editore come mio suocero Ladislao Sugar e diretta da mio marito Piero. Non a caso la chiamai “Ascolto”, un nome che è il mio programma, ascoltare con attenzione tutto quello che c’è di nuovo e dare una mano a imporsi all’attenzione del pubblico. Abbiamo avuto la fortuna (e la bravura) di trovare molti talenti e di poterli valorizzare, quando ancora i margini di guadagno dell’attività discografica rendevano possibile investire a lungo. Tutto il tempo che serve a far sbocciare un talento, perché la valorizzazione è un processo complesso. Penso a Pierangelo Bertoli, agli Area con Demetrio Stratos, Enrico Ruggeri, Sergio Caputo, al consolidamento del lancio internazionale di Paolo Conte nel 1978. Poi a quarant’anni ho vissuto il dramma della prima crisi del disco e la necessità di affrontarla vendendo mio marito ed io, la nostra azienda agli americani di Warner per ricominciare daccapo e dal basso. Ma a quarantatré ho scoperto Elisa , aveva solo diciassette anni e quel fenomeno unico che si chiama Andrea Bocelli; poi più o meno ogni due-tre anni ho aiutato a raggiungere il successo personaggi difficili come la stessa Elisa e Avion Travel, intuito molteplici talenti autoriali e espressivi nei Negramaro e scovato interpreti di assoluto valore come Malika Ayane; a sessantaquattro anni ho scoperto un certo Raphael Gualazzi che ha vinto un Sanremo Giovani da sconosciuto e ormai è noto e apprezzato in Europa. E adesso, a settant’anni posso dire ancora “sono qui con voi”, come in un mio vecchia cover degli anni sessanta con la quale partecipai al Cantagiro del 1965. Se mi guardo indietro mi sembra di non essermi mai fermata …

Che cos’è la musica per Lei oggi e che cosa ha rappresentato nel suo passato?
Le rispondo a rovescio. Per me (e non solo per me) cantare è un’emozione ineguagliabile, il rapporto che si instaura con il pubblico è inebriante e può far perdere la testa. Dedicarsi a costruire al meglio l’interpretazione, a migliorare la voce e la capacità di espressione, alla sottrazione più che alla enfatizzazione senza doversi preoccupare d’altro è una specie di benedizione che ti libera dalle responsabilità rispetto a tutti gli aspetti organizzativi di una vita artistica. Sai che c’è qualcun altro che se ne occupa. Quando quel qualcun altro diventi tu, come è capitato a me, ti rendi conto di come eri fortunata prima. La sfida imprenditoriale è un’avventura complessa, ma per fortuna nella mia personalità c’è un aspetto razionale che mi aiuta. Lavorare sul talento degli altri è un’esperienza del tutto diversa e altrettanto emozionante ma guai a pensare di ri-vivere le emozioni di prima attraverso un altro. È un’altra cosa, eppure la concentrazione emotiva è la stessa. Oggi il gusto evolve in fretta e bisogna stare attenti, frequentare i luoghi di formazione del nuovo. Quella che a molti della mia generazione non sembra musica talvolta è capace di incantare i giovanissimi in un modo che richiede rispetto. Fa parte della tradizione di Casa Sugar non solo mantenersi disponibili verso le novità ma investire nella “nuova” musica (quella sperimentale, quella che può apparire più estrema ai primi ascolti) una quota dei guadagni provenienti dalla musica che incontra il favore popolare. Così voleva mio suocero Ladislao Sugar, un grande imprenditore che mentre con i suoi artisti pop vinceva più di un Festival di Sanremo contemporaneamente promuoveva le opere di tanti compositori della musica del Novecento da Luigi Dalla Piccola a Goffredo Petrassi, e teneva a battesimo il primo Luciano Berio, Bruno Maderna, Franco Donatoni. E così continuiamo a fare.

Oggi Lei è produttrice e talent scout di star come Andrea Bocelli, Elisa, Negramaro, Malika Ayane, per citare solo alcuni artisti: quanto è stimolante far crescere nuovi talenti? E qual è, secondo Lei, la qualità che un talento, per essere tale, deve assolutamente avere per crescere ed affermarsi?
Molto stimolante. Per tanti fattori, alcuni solo emozionali, altri molto razionali. Intanto devo emozionarmi, sentire che da quella voce, da quel modo di scrivere e di interpretare viene qualcosa che non c’era un attimo prima, una scossa. E deve essere qualcosa di profondamente “vero”, “unico”. Poi comincio a lavorare con metodo e dedizione come farebbe un bravo artigiano per capire come aiutare una certa vocalità ad espandersi anche dal punto di vista tecnico e soprattutto espressivo, perché nessuno dispone da subito di tutto quel che serve. Il talento va rinforzato mettendolo alla prova, studiando gli abbinamenti giusti, produttori artistici, autori, affini e piano piano quella cosa se è autentica raggiungerà il grado di forza per cui era nata. E quando succede è davvero entusiasmante.
Per crescere un talento deve avere il coraggio delle proprie idee. Chi lo sente crescere dentro deve studiare (ai miei tempi per ottenere un dieci bisognava studiare per cento, oggi c’è una certa tendenza a studiare poco e contare sulla fortuna per ottenere molto). Poi bisogna saper tenere duro anche di fronte alle avversità. Tenacia ci vuole, non avere paura dei confronti e non farsi travolgere solo dal fascino “facile” dei talent televisivi.

La fede, la ricerca dell’Essenziale e dell’Assoluto, cosa significa per Lei? Qual’è il posto che la spiritualità ha nella sua vita?
Un punto molto importante… e come si sa la musica è spesso foriera di incantamento spirituale. Io a mio modo ci provo. Tempo fa mi sono ritrovata da sola per cinque minuti buoni dentro la Cappella Sistina dove ero andata per ascoltare una registrazione dal vivo del Coro della Cappella. Ho avuto un vero colpo di fulmine. Di fronte a tutta quella magnificenza ho pensato alla emozione con cui doveva aver lavorato Michelangelo e gli altri grandi e sono stata presa da una commozione come di rado mi capita. Credo di aver pianto, certamente sono caduta in ginocchio. Mi sono sentita spogliata di tutti i problemi, lieve e grata di quanto stavo provando. Come una preghiera, la sensazione di un contatto diretto con Dio attraverso tutta quella creatività concentrata in pochi metri. Qualcosa che mi è rimasta dentro e che torna a trovarmi di notte talvolta, quando fatico a dormire. È la cosa più vicina a una rivelazione che mi sia capitata nella vita. Una gioia infinita.

Lei oggi riceve il Premio Giovanni Paolo II, il grande Papa che ha fatto cadere i muri del mondo, l’Atleta di Dio, il Santo: che ricordi ha di Giovanni Paolo II?
È un riconoscimento inatteso e non so davvero se posso dire di meritarlo La presenza terrena di Giovanni Paolo II ha accompagnato buona parte della mia vita adulta. Il suo impatto spirituale rimane indelebile anche a dodici anni da quel 2 aprile della sua morte. Ho avuto la fortuna di incontrarlo in qualche occasione con mio cugino Don Rino e quando Andrea Bocelli ha cantato “Panis Angelicus” per Lui nella cappella della Sua residenza estiva di Castel Gandolfo….E alla fine del canto e della celebrazione della messa si rivolse ad Andrea, con tono semplice e familiare e disse “ Eh, qui si canta, si canta !”
Ricordo i molti anni dell’uomo dalla energia portentosa al servizio della fede, come si dice sia solo quella dei santi …Ricordo anche gli ultimi anni, l’immagine piegata dalla sofferenza fisica ma lo sguardo e la parola sempre netti. Credo che rimarrà nella storia fra i più grandi…

Qual è il messaggio che vuole dare a tutti i giovani?
Pur restando entro ai confini della mia esperienza professionale e di vita e con i piedi per terra, vorrei dire ai giovani che in genere sono così affascinati della fama attraverso il talento, di ricordarsi sempre che avere talento può darti opportunità, se manca il talento non si va da nessuna parte. Il talento però da solo non basta, senza la determinazione, la capacità di soffrire e di emozionarsi, senza la fiducia in sé stessi e in fondo anche la sobrietà, non si resta in sella a lungo. Tuttavia “ognuno di noi può fare qualcosa (per gli altri), e dovrebbe sempre provarci “come ebbe a dire una volta un uomo di ingegno e di grande carisma come Robert Kennedy che mi piace ricordare.

( Si ringrazia la giornalista Alessandra Ferraro che ha predisposto le domande per l’intervista)

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